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giovedì 2 novembre 2017

DIALOGO E MISERICORDIA???

DIALOGO E MISERICORDIA COLPISCONO ANCORA. DIMESSO IL TEOLOGO CAPPUCCINO CHE HA SCRITTO UNA LETTERA AL PAPA.

MARCO TOSATTI
Nei giorni scorsi – in realtà ieri – diversi siti italiani e stranieri hanno reso nota la letterA che un notissimo teologo statunitense, padre Thomas Weinandy (cappuccino) ha scritto al papa, chiedendogli di agire per contrastare la confusione nella Chiesa, di cui il papa stesso – secondo il religioso, e molti altri – è la causa. Padre Weinandy è membro della Commissione Teologica Internazionale, oltre che ex capo del Comitato sulla Dottrina della Conferenza Episcopale USA. Weinandy copriva il ruolo di consulente della Conferenza Episcopale. Copriva: perché dopo la pubblicazione della sua lettera gli sono state chieste le dimissioni dall’incarico e le ha offerte. Secondo Carl. E. Olson, del Catholic World Report, padre Weinandy gli ha detto “di aver ricevuto molte note positive da parte di teologi e sacerdoti e laici”. Nondimeno “La Conferenza Episcopale gli ha chiesto di dare le dimissioni dal suo incarico di consulente per i vescovi” e il religioso ha obbedito.
Nella sua lettera, che potete leggere a questo link, il religioso scriveva: “Padre Santo, questo mi porta alla mia preoccupazione finale. Lei ha parlato spesso della necessità della trasparenza all’interno della Chiesa. Lei ha incoraggiato spesso, soprattutto durante i due sinodi passati, tutte le persone, specialmente i vescovi, a parlare francamente e a non aver paura di ciò che il papa potrebbe pensare. Ma lei ha notato che la maggioranza dei vescovi di ​​tutto il mondo stanno fin troppo in silenzio? Perché è così? I vescovi imparano alla svelta, e ciò che molti di loro hanno imparato dal suo pontificato non è che lei è aperto alla critica, ma che lei non la sopporta. Molti vescovi stanno in silenzio perché desiderano essere leali con lei, e quindi non esprimono – almeno in pubblico; in privato è un’altra cosa – le preoccupazioni che il suo pontificato alimenta. Molti temono che se parlassero con franchezza sarebbero emarginati o peggio”.
È una situazione, in Vaticano e fuori, di cui Stilum Curiae ha scritto molte volte; un clima di paura e di persecuzione del dissenso di cui in oltre trentacinque anni di frequentazione di questo ambiente chi scrive non ha ma sperimentato, che si nutre di viltà e di servilismo. Di chi lo subisce, e di chi ne dovrebbe dare conto, e non la fa, rendendosene complice.
Secondo quanto scrive OnePeterFive, la prontezza della reazione della Conferenza Episcopale USA potrebbe essere stata causata da un altro paragrafo della lettera:
“In terzo luogo, i fedeli cattolici possono essere solo sconcertati dalle sue nomine di certi vescovi, uomini che non solo appaiono aperti verso quanti hanno una visione contrapposta alla fede cristiana, ma addirittura li sostengono e difendono. Ciò che scandalizza i credenti, e anche alcuni colleghi vescovi, non è solo il fatto che lei ha scelto tali uomini per essere pastori della Chiesa, ma anche che lei sembra stare in silenzio di fronte a ciò che insegnano e alla loro pratica pastorale. Questo indebolisce lo zelo dei molti uomini e donne che hanno sostenuto l’insegnamento cattolico autentico per lunghi periodi di tempo, spesso a rischio della loro reputazione e serenità. Il risultato è che molti dei fedeli, che incarnano il “sensus fidelium”, stanno perdendo fiducia nel loro supremo pastore”.
Un sacerdote intervistato da OnePeterFive ha detto che certamente queste parole d Weinandy “hanno punto direttamente il card. Cupich, il card. Tobin, il card. Farrell, e il vescovo McElroy in particolare, dal momento che si sono dati da fare per appoggiare padre James Martin, S.J. e altri come lui. Sarei molto sorpreso se non fosse loro direttamente dietro le dimissioni forzate di padre Thomas Weinandy”.
Un lungo comunicato del presidente dei vescovi USA, il card. Di Nardo, afferma che “La partenza oggi di padre Thomas Weinandy, O.F.M. da consulente del Comitato sulla Dottrina e la pubblicazione della sua lettera a papa Francesco ci dà un’opportunità di riflettere sulla natura del dialogo all’interno della Chiesa”.
Sembra abbastanza chiaro, a un lettore esterno dei fatti – questo e altri, precedenti – quale sia il tipo di dialogo preferito dal Pontefice regnante e dal suo gruppo di potere. Che, peraltro, secondo quanto affermano persone che lo conoscono bene, sin da quando era arcivescovo di Buenos Aires, era lo stesso anche in Argentina. “Questa situazione bizzarra mi ricorda una famosa canzone – scrive Steve Kojec, di OnePeterFive – che dovevo cantare quando ero bambino alla scuola comunista, e le cui parole erano: ‘L’Unione Sovietica è la mia patria amata, e non conosco nessun altro Paese al mondo dove l’uomo può respirare così liberamente”.

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